Emozioni in Santa Croce
Oggi fa caldo. Non penso a molto. La testa è pigra nel suo torpore umido e io mi trascino a fatica.
Parma. Il sole cade dietro i tetti roventi. Ritorno in questa città come si ritorna a un viso amato: mai davvero conosciuto, mai davvero dimenticato. Non cerco di comprendere. Solo accogliere. Lasciare che le cose emergano, nude, senza ordine. La verità non si dice: si indovina nei margini.
Santa Croce. L’uomo di chiesa. Parlava piano, come chi sa che la verità si nasconde anche nel silenzio. Io con il mio assurdo, lui con la sua speranza. Ma eravamo fratelli, in quell’interrogare senza fine. Due solitudini che si riconoscevano. Il deserto, forse, è lo stesso. Solo i nomi cambiano.
Lezioni. Aule. Lavagne. La fisica pretende ordine nel caos, ma io vedo solo la bellezza del gesto: voler capire, pur sapendo che tutto sfugge. Il moto dei corpi, le forze invisibili, i quanti improbabili – tutto ci parla di noi. Sisifo non è sconfitto se ama la sua salita.
Tutto si confonde: pensiero e corpo, verità e illusione, dolore e slancio. E nel mezzo, qualcosa che arde. Una febbre senza causa. È vivere, nient’altro.
Non aspetto nulla. Non spero nel domani. Ma vivo. Con intensità. Con consapevolezza. Il precipizio è sempre lì. Lo guardo, lo rispetto. Poi faccio un passo avanti.
L’assurdo non mi annienta. Mi rende acuto. Vivo perché so di morire. E questo, forse, è il mio atto di rivolta.