Mi è tornato in mente un passaggio, letto tempo fa, forse in uno dei taccuini di Camus. Raccontava di essere arrivato a Praga, di sera, in una città per lui sconosciuta. E di aver sentito, all’improvviso, un senso profondo di solitudine. Non tanto per l’ignoto del luogo, quanto per l’assenza di quei gesti minimi e ripetuti che sostengono le nostre giornate. Era orfano del tessuto di piccole abitudini che ci ancora emotivamente al mondo.
È un ricordo sfocato, ma mi è rimasto impresso il senso. Perché è lo stesso tessuto invisibile che sostiene anche il docente, ogni giorno, in classe. Sono i riti, quelli piccoli ma costanti, che ci impediscono di sentirci stranieri nel nostro stesso mestiere. Quelli che trasformano il disorientamento in direzione, la fatica in ritmo, e la solitudine in relazione.
Era un giorno d’inverno, uno di quelli limpidi di febbraio, a Bologna. Parlavo in San Domenico, in un’aula piena, quattrocento persone in ascolto. Il mio intervento era andato bene, sentivo che avevo lasciato qualcosa. Quando accade, non è solo questione di contenuti: è quell’energia che si crea, quel legame che nasce quando parli con passione, senza copione, solo con le slide come traccia e l’esperienza come guida.
Stavo uscendo, ancora immerso nel clima dell’incontro, quando una Preside si avvicina. Viene da Roma. Mi guarda, sorride, e dice:
“Professore, mi ha colpito molto il concetto dei riti. È forse la cosa che porto via con più piacere”.
Quelle parole mi hanno seguito a lungo. Ci ho pensato durante il viaggio di ritorno, nei giorni successivi. Perché proprio i riti? Cos’aveva toccato, in lei, quel passaggio?
Forse perché nel mio modo di intendere la scuola, i riti non sono mai stati un orpello. Sono la trama silenziosa di ogni buona didattica. Il docente entra in aula e sa cosa fare, sa da dove iniziare. Non improvvisa. Anche nei percorsi più creativi, anche nei progetti più dinamici, c’è una struttura che regge, una forma che accoglie. E quella forma sono i riti: routine condivise, spazi riconoscibili, gesti che si ripetono e che danno sicurezza, a chi insegna e a chi apprende.
Io, che quella classe l’ho vissuta per anni, lo davo per scontato. Ma quella Preside mi ha fatto capire che non lo è. Non per tutti. E che forse, nel raccontare l’innovazione, dovremmo ricordarlo di più: prima ancora delle tecniche, servono quei piccoli ancoraggi quotidiani che trasformano il caos in contesto, l’improvvisazione in azione educativa, lo sforzo in senso.
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