Riconoscere la complessità
È lunedì mattina, prima ora. Entro in classe e mi trovo di fronte la mia complessità quotidiana: Marco, che eccelle in matematica ma fatica in italiano; Sofia, intelligenza vivace ma incapace di stare ferma; Ahmed, appena arrivato dal Bangladesh, tre lingue ma difficoltà con la scrittura italiana; Elena, apparentemente disinteressata ma capace di intuizioni brillanti; Luca, difficoltà di apprendimento certificate ma creatività straordinaria nei progetti manuali; Giulia, silenziosa ma acuta quando prende la parola.
Come preparo persone così diverse a un futuro che nemmeno io riesco a prevedere?
Questa domanda ci porta al cuore di una trasformazione che non possiamo ignorare. Ma attenzione: quando parlo di complessità, non intendo “difficoltà”. La distinzione è fondamentale.
I problemi difficili richiedono impegno e competenze specifiche, ma hanno percorsi di risoluzione definiti. Un sistema di equazioni è difficile, ma esiste una procedura: applicala correttamente e arrivi alla soluzione. Sempre.
I problemi complessi sono un’altra storia. Non esiste un manuale di istruzioni. Come oriento Marco nella scelta della scuola superiore? Devo considerare le sue passioni, la frustrazione con le materie umanistiche, le aspettative dei genitori, le opportunità del territorio, un mercato del lavoro imprevedibile. Ogni variabile influenza le altre. Non c’è una risposta “giusta” — solo scelte, ognuna con vantaggi e rischi.
La differenza non è di grado, ma di tipo. Il problema complesso coinvolge variabili multiple che si influenzano reciprocamente, un contesto che cambia mentre lo affronti, soluzioni multiple nessuna delle quali è definitiva.
La vita reale è piena di problemi complessi. E qui sta il problema fondamentale della scuola tradizionale: prepariamo gli studenti a risolvere problemi difficili, quando la vita li metterà di fronte principalmente a problemi complessi.
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