La fase dell’ideazione: lo studio di fattibilità

· education, PBL
Autori

Abstract

Lo fase in cui lo studente dimostra la fattibilità di un progetto, condizione necessaria per gli sviluppi successivi, è un momento estremamente educante. Allo studente viene richiesto di dichiarare quali risorse umane, materiali e quali tempi si renderanno necessari; soprattutto quali apprendimenti, che cosa insomma dovrà apprendere. Un approccio olistico è destinato, con molta probabilità, all’insuccesso. In alternativa si suggerisce l’attuazione di un’analisi accurata delle attività da svolgere per portare a termine il progetto e per ciascuna di queste, in modo più verosimile, di valutare le risorse necessarie. Analisi e Valutazione diventano dunque le chiavi fondamentali per la realizzazione di un buono studio di fattibilità e, scomodando la tassonomia di Bloom, diventano operazioni importanti per la crescita cognitiva dell’alunno. A seguire alcune riflessioni.

Riflessioni in corso

… e che dire dello studio di fattibilità? Il nome in sé è senza dubbio per l’ambiente scuola molto brutto, ha molto il sapore del fatto di azienda e questo spesso stona. Bene o male, ma stona. Ma cosa si cela dietro questo arcano oggetto? La cosa è una delle più sagge e di buon senso che ci possiamo immaginare: si vuole soltanto chiedere agli studenti di riflettere se l’idea di progetto che in qualche modo hanno partorito è un’idea in se fattibile o se è solo un’utopia. Si badi bene, non ci chiediamo più se si tratta di un’idea buona o meno, questo lo dovremmo aver già fatto nel momento della definizione dell’idea di progetto, ci chiediamo solo se quanto ci stiamo proponendo di fare è una cosa possibile, e se si a quale prezzo. Ma non di prezzo in termini di soldi si tratta, anche di questo in parte, ma di prezzo in termini di tempi, in termini apprendimenti da sviluppare, in termini di risorse più o meno presenti in scuola/classe.

Fig. Lo studio di fattibilità all’interno dell’Ideazione

Fig. Lo studio di fattibilità all’interno dell’Ideazione

 

E chiedere di fare  questo ai ragazzi è una richiesta molto alta, molto complessa, anche se all’apparenza semplice. In sostanza si tratta di chiedere ai ragazzi di pensare bene, prima di fare, di che cosa avranno bisogno per fare, per andarci in fondo.  E più l’obiettivo da raggiungere è ambizioso, più il progetto è articolato e complesso, più è difficile dire di che cosa ci sarà bisogno in termini appunto di tempi, di apprendimenti, di risorse materiali etc. Ed è solo a partire dall’elenco di quanto avremo bisogno che sarà possibile dire se la meta sarà raggiungibile. E questo non è un dettaglio di poco conto. In base anche agli esiti di questa analisi nelle organizzazioni aziendali decidono se investirci o meno e in base anche a questa analisi noi insegnanti decidiamo se i ragazzi dovranno procedere o meno, se dovremo metterci del tempo, dell’energia e altro. Questo è il punto!!! Ma possiamo pensare che a partire da un obiettivo anche articolato e complesso i ragazzi possano astrattamente pensare a quanto servirà loro? Ritengo che la percentuale di rischio errore, di valutazioni sbagliate, sia davvero molto elevata, quasi totale. L’approccio è troppo olistico, anche per chi è avvezzo a ragionare in astratto, a prendere decisioni anticipatorie, a muoversi sull’onda del pensiero senza fatti concreti. Ed è appunto qui che suggeriamo ai ragazzi quello che può portare ad abbassare molto questa soglia di rischio, a portarla ad esempio da un 95% ad un 50-60%. Come si vede non ho detto “arrivare ad annullare il rischio”: questo rimane, e rimane importante, ma in qualche modo si abbassa.  E la via che proponiamo è quella di uno sforzo all’analisi, di passare da una visione olistica degli obiettivi da raggiungere all’analisi delle attività, delle azioni concrete che si dovranno compiere per raggiungere questi obiettivi. E qua davvero dobbiamo accontentarci. Non possiamo pretendere analisi perfette. Sarebbe un grave errore: queste non esistono. Il problema è di nuovo un problema autentico. Dobbiamo accontentarci del fatto che i ragazzi riescano a pensare ad alcuni step concreti, basati su azioni e comportamenti, tramite i quali arrivare agli obiettivi. E per ciascuno di questi step, di queste attività, dobbiamo chiedere loro di immaginare di cosa avranno bisogno. E qua il rischio di errore si abbassa. Perché? Perché le attività di cui stiamo parlando non sono più solo obiettivi da raggiungere, ma sono cose da fare, perché queste non hanno in sé tutta la complessità degli obiettivi ma rappresentano step più semplici, più misurabili. E allora abbiamo raggiunto la quadra? No. Il percorso è ancora molto complesso ma più fattibile. Non è assolutamente facile, ma è qua il valore pedagogico della cosa. Stiamo abituando i ragazzi ad affrontare situazioni complesse, quelle per la cui attuazione ci vuole una buona attrezzatura in termini di life skills, o di livelli alti della tassonomia di Bloom. Ma non è questo per cui vogliamo spenderci, per cui ci hanno richiesto, senza descriverci il percorso, di spenderci?

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