Quale didattica per favorire gli apprendimenti?

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Recentemente, in un liceo blasonato, molto blasonato, un’insegnante brava, molto brava, mi ha posto  l’eterno quesito:

Professore pensa davvero che gli apprendimenti siano migliori con i metodi attivi, di cui lei ci sta parlando, rispetto a quelli della didattica trasmissiva, tradizionale? Se voglio imparare a fare degli integrali ne debbo fare tanti …

Sempre cerco di non sottovalutare questo quesito. E’ troppo importante e la risposta può variare nel tempo. Siamo in sperimentazione continua, siamo soprattutto nel regno della complessità, e le certezze sono sempre pericolose. E’ auspicabile, parafrasando Schön, riflettere nel corso dell’azione e rinfrescare la propria posizione. Ora procederei così.

Quando parlo di “apprendimenti migliori”, è necessario prima chiarire di quali apprendimenti sto parlando. Se mi riferisco agli apprendimenti funzionali a ripetere “alla mia prof.” un particolare contenuto o a risolvere un particolare “story problem”, in cui la risposta è certa e in cui la conoscenza  dell’algoritmo sotteso mi permette di risolverlo, la didattica trasmissiva funziona. Ha inoltre il grande pregio di permettere al docente di svolgere tutto “il programma”; del resto “i nostri programmi” sono nati per la didattica trasmissiva. E’ chiaro che sapere che sarò valutato nell’atto di ripetere, o rispondere, “alla mia prof.” mi spinge ad una serie di operazioni intellettuali a questo mirate. Uno sforzo mnemonico importante, il tentativo di anticipare le eventuali domande … il tutto per riuscire ad ottenere un buon risultato nell’interrogazione. Insomma è la prestazione interrogazione a determinare il mio modo di apprendere i contenuti, il mio sforzo è orientato a mettere in piedi strategie funzionali all’interrogazione, che garantiscano un buon esito. Queste non sono, però, le stesse che servono per affrontare e risolvere un problema autentico. Credo che questo sia un passaggio fondamentale. Ribadisco: se la prestazione è l’interrogazione, o dintorni, la didattica trasmissiva funziona, ha sempre funzionato, sa fare il suo compito. Certo, si può fare meglio, ma non è questo il problema.

Il problema è: se la prestazione richiesta contempla soprattutto la risoluzione di problemi autentici (o simili), possiamo ancora affermare che la didattica trasmissiva funziona? Che non si può fare di meglio?

Se i miei apprendimenti non sono finalizzati a rispondere “alla mia prof.” ma a risolvere un problema autentico, a sviluppare una ricerca (ad es. dare una spiegazione dell’andamento di una curva di conducibilità termica, valutare quale il miglior tipo di isolante in certe condizioni, come aiutare un compagno in difficoltà …) allora il dover studiare per ripetere “alla prof.” o per risolvere un problema strutturato, è davvero misleading, non serve, può addirittura essere dannoso.

Costringe a sforzi mnemonici e algoritmici inutili, generalmente non richiesti nei contesti autentici, dove sono piuttosto richieste skill di problem solving, pensiero critico… . L’ottica che mi orienta nell’apprendimento dei contenuti cambia radicalmente: non per ripeterli ma per capire se con questi posso dare un contributo alla soluzione di un problema, all’avanzamento di una ricerca. E’ un’altra prospettiva.

All’eterno quesito, in questo caso, non possiamo che rispondere auspicando caldamente un cambio di paradigma.

 

2 commenti

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  1. Fausto Ciccarelli

    Caro Enzo, quello che scrivi con estrema lucidità e chiarezza è ciò che penso da molti anni. Con i miei alunni impiego parte del tempo a far capire che “insegnare” è cosa diversa che “addestrare”. E apprendere non è ripetere concetti e fatti, o anche replicare esercizi la cui soluzione è nota, ma dotarsi degli strumenti per affrontare una realtà in continua trasformazione.
    Io insegno musica e per me è naturale che ci siano dei momenti “addestrativi”, per esempio nell’apprendimento della tecnica strumentale, ma credo che se questi momenti diventassero (spero che non lo siano già) l’ “insegnamento” non ci sarebbe più nessun apprendimento.
    Purtroppo ho dovuto constatare nel corso della mia settennale esperienza come supervisore alla SSIS che i giovani specializzandi (si fa per dire visto che alcuni avevano intorno ai 40 anni) pur essendo plurititolati e scolasticamente preparatissimi, avevano in comune il difetto di “paralizzarsi” di fronte a problemi non noti e che richiedono soluzioni nuove ed originali.
    Secondo me ha ragione Ken Robinson quando dice che nella scuola i ragazzi vengono “narcotizzati” mentre dovremmo “svegliarli”.
    Scusami se mi sono dilungato e grazie per il tuo intervento che condivido pienamente.

    • enzo zecchi

      Grazie Fausto.
      Questo post è nato davvero dalle osservazioni di una docente di un blasonato Liceo. Sono quei pensieri che ti hanno sempre sostenuto ma che poche volte ti sei fermato a declinare, anche solo con te stesso. I meccanismi che stanno sotto alla base della conoscenza sono molto incerti, anche in letteratura. Per questo non amo entrarci e mi fermo alle evidenze quotidiane che sono quelle che interessano. Come le tue, appunto. Grazie davvero.

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